Trovare la mia strada (Milano)

Aggiornato il: 14 ott 2019


I miei genitori pensavano scherzassi quando una mattina gli annunciai per telefono che il giorno seguente sarei andato a suonare per strada di fronte a una banca.

Loro mi ci avrebbero voluto vedere dentro la banca, magari allo sportello col vestito gessato, la cravatta e il capello in ordine, non fuori a "chiedere l'elemosina" coi pantaloncini, gli occhiali da sole e la maglietta di John Lennon con la scritta "Working Class Hero" (Eroe della Classe Operaia).

Li potevo capire, sapevo quanto avevano investito nella mia educazione, ma la verità è che fin da piccolo avevo sempre lasciato che fossero gli altri a decidere per me, e ora dopo tante delusioni era arrivato il momento di rischiare sulla mia pelle e di prendere la vita in pugno, o almeno provarci. Insomma era giunto il momento di trovare la mia strada!

Sono passati più di quattro anni ormai, ma lo ricordo come fosse ieri quel torrido sabato pomeriggio di inizio Agosto nella mia città, Milano, mentre camminavo ansimante lungo Via dei Mercanti, carico di peso sulle spalle e di pensieri nella testa.


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Il viaggio sui mezzi pubblici era stato davvero una via crucis. ​​Partito per la prima volta da casa con un borsone da campeggio più grande di me sulle spalle, un trolley voluminoso nella mano sinistra, e una custodia rigida per chitarra che ondeggiava pericolosamente dalla mano destra, aspettai venti minuti alla fermata del 79 sotto un sole cocente prima di salire ed incastrarmi bruscamente tra le porte del bus. Poi, per evitare di prendere il maledetto tram dell'anteguerra, decisi di deviare per la metropolitana ignaro dell'ascensore guasto, rischiando così un' ernia nel salire e scendere le scale, con gli occhi dei passeggeri rivolti tutti verso di me, curiosi ma nello stesso tempo incuranti delle mie palesi difficoltà logistiche.

Giunto in Duomo col fiato in gola e madido di sudore, mi attendevano altri settecento metri a piedi e diverse "barriere architettoniche" prima di fermare i carrelli di fronte a una vetrina di Piazza Cordusio, e lasciarmi cadere esausto su una panchina.

"Adesso capisco cosa significa essere un disabile in carrozzina", pensai.

Essendo in anticipo di un'ora, mi stravaccai bevendo un esta-thè alla pesca ghiacciato e iniziai a osservare, dietro un paio di Ray-Ban scuri, il frenetico e colorato fluire di pedoni che attraversavano il corso. Poi la mia mente si lasciò andare in riflessioni esistenziali, molto frequenti in quel periodo.

<<Sono disoccupato da tre mesi ormai,

ho trent'anni suonati e ancora non so che fare della mia vita>>

A pensarci bene non l'ho mai saputo davvero. ​​Neanche a inizio "carriera" fresco di laurea in Economia Aziendale con specializzazione in Analisi del Settore e della Concorrenza, presa solo per avere il famoso "pezzo di carta", non per un reale interesse nella materia. ​​

Per la verità nemmeno dopo, quando sono entrato nella "vasca degli squali", come mi piace definire il variegato mondo del lavoro e delle agenzie interinali.

"Impiegato di backoffice nelle energie rinnovabili", "Rappresentante di prodotti di cartotecnica e cartolibreria", "Analista di progetto in una catena di Superstore", "Impiegato nel dipartimento Business Development di una grande azienda di telecomunicazioni", queste le parole altisonanti elencate sul curriculum vitae.

Ma la realtà era un'altra, e la conoscevo fin troppo bene: fare un lavoro per il quale mi sentivo un pesce fuor d'acqua, pregare per avere un contratto a termine sottopagato, ricominciare da capo ogni volta senza possibilità di crescere, e sperare nel sussidio di disoccupazione, con la motivazione sotto le scarpe e le ambizioni sotto il tappeto.

<<Sono sette anni che vivo così, e una cosa l'ho capita: che non ce la faccio più!">>

Ne avevo abbastanza di troppe cose ormai. Ero stanco di quel continuo arrancare da un lavoro all'altro solo per pagarmi un affitto. Stanco di giornate intere chiuso in un ufficio a inserire dati e bere caffè dalla macchinetta nella stanza fumatori. Stanco di sentirmi in colpa e di sbattermi per non fare carta straccia della laurea e scontentare la famiglia che si era svenata per farmi studiare.

Ma soprattutto ero deluso e schifato, e lo sono ancora adesso.

Deluso dal mondo del lavoro, che mi ha sempre considerato più come una risorsa aziendale, un numero, un ingranaggio piuttosto che come un essere umano, e che oltretutto mi sottraeva la risorsa più preziosa che abbiamo, il tempo, in cambio di pochi euro, per poi darmi il benservito con finte strette di mano.

E schifato dal mondo dell'Economia e della Finanza, che gli illustri professoroni ci descrivevano come una specie di Eden dove agisce una divina "mano invisibile" che a tutto provvede, mentre è sempre più evidente dove ci sta portando la spirale di questo capitalismo incontrollato, dove i soldi sono l'unica cosa che conta ma che nello stesso tempo non ha più alcun valore. Questo alla Bocconi non lo insegnavano...

"ueeee u-U-U-U Ueee U-U-U-U Ueee...!!"

Riportato alla realtà dal frastuono di una sirena di passaggio, mi rialzai in piedi e iniziai a smontare i carrelli e a preparare il mio set, non senza una certa emozione dato che per la prima volta nella mia vita stavo facendo qualcosa completamente fuori dagli schemi.

"O la va o la spacca" pensai mentre accendevo il Roland Cube Street. Poi mi sistemai sul cajon, imbracciai la chitarra, e mi lanciai nel vuoto.

L'inizio fu stentato, e non poteva essere altrimenti dato che me la stavo facendo sotto e ancora dovevo prendere confidenza con la nuova strumentazione e con la situazione del tutto nuova per me. ​​​​​​

Innanzitutto c'era un problema di natura tecnica: non essendo ancorato in alcun modo, il pedale che battevo sul cajon si spostava di continuo, scivolando allegramente in giro per il tappeto come una ballerina sul ghiaccio.

E poi non ero più da solo nella mia cameretta o in una sala prove a strimpellare con qualche amico, stavo nel centro di Milano davanti a una vetrina alla mercè di chiunque, tutte cose alle quali mi sarei abituato col tempo.

Senza dire una parola di presentazione, attaccai con Rimmel di Francesco De Gregori, un classico della musica italiana, che però non sembro' suscitare molto interesse nelle persone che passavano, per lo più turisti stranieri con gli occhi a mandorla.

Dopo le prime difficoltà, il seguito fu un insieme di sensazioni contrastanti e in continua trasformazione, come una corsa sulle montagne russe.

A volte insicuro e impacciato quasi mi nascondevo dietro al microfono per superare la timidezza di stare in mezzo alla strada con una custodia aperta circondato da estranei. Altre volte invece ero il massimo della sfacciataggine quando riuscivo a catturare l'attenzione anche solo di un passante.

Non era facile riuscire a essere preciso nel ritmo e intonato nella voce, circondato com'ero dalle mille distrazioni e dai rumori della città. Lo stridente miagolio dei binari del tram, le gambe delle ragazze che mi sfilavano davanti, i boati al passaggio delle volanti della polizia, la richiesta strampalata di un passante (Bohemian Rhapsody dei Queen, non so se mi spiego!) fattami all'orecchio mentre suonavo, la vecchietta con le mani alle orecchie che mi urlava di abbassare, i vigili che si avvicinavano per controllarmi il permesso interrompendomi sul più bello, i campanelli delle bici che sfrecciavano alle mie spalle...

Ma quando verso la fine riuscii a creare un piccolo gruppetto di spettatori, beh... mi sembrò di suonare davanti a una folla!

Due ore filarono via in un lampo prima di atterrare di nuovo sulla Terra col mio magico tappeto rosso.

Naturalmente all'epoca non potevo immaginare che questa sarebbe stata una delle giornate più importanti della mia vita, ma a fine "spettacolo" avevo un sorriso a trentadue denti.

Ero decisamente affaticato dopo tutto quel movimento sotto il sole, ma di una stanchezza positiva di chi si era divertito come un matto, e non mi importava più di nient'altro. Aspettavo solo di poterlo rifare, come un moccioso che ha provato le giostre per la prima volta.

Le monete cadute dal cielo nella custodia, gli applausi discreti di qualche ascoltatore, i sorrisi dei bambini che si fermavano coi genitori, quelli degli anziani che passavano con la badante, anche un semplice pollice verso di un barbone di passaggio: tutto mi era sembrato incredibile!

E fu così che quel fatidico 4 agosto 2012 sperimentai per la prima volta il busking e mi sentii veramente me stesso!

Dopo mesi di riflessioni infinite, finalmente, per la prima volta nella mia vita, avevo fatto una scelta netta. Avevo varcato il bivio. Mi ero tolto la cravatta per indossare una maglietta. Avevo azzerato il contachilometri ed ero ripartito, ma questa volta prendendo il sentiero meno battuto, senza sapere dove mi avrebbe portato. Era già un grande passo avanti.

Tornai in strada anche il giorno dopo, e la settimana dopo ancora.

Da allora non ho più smesso, e dopo più di settecento concerti per le strade d'Italia, migliaia di spettatori, centinaia di viaggi, esperienze e personaggi incontrati lungo il cammino, posso dire con certezza di aver trovato nel conubbio arte-strada la mia dimensione ideale, la mia fonte di ispirazione, il mio modo di essere, ma anche il mio "lavoro", o meglio ciò che mi permette di guadagnarmi da vivere... ma soprattutto di vivere davvero, da persona libera!

Ah quasi dimenticavo: in strada ho incontrato anche l'amore, quello vero!

Persino la mia famiglia, alla quale assicuravo che mi sarei rimesso a cercare un "lavoro serio" e che questo era solo un "innocuo passatempo momentaneo" per raccattare due spiccioli, col tempo ha capito e accettato, al punto che la prima a spronarmi oggi è mia madre quando mi scrive su WhatsApp: "Beh, non dovevi andare a suonare?", anche se è lunedì!

La mia prima “busking experience” in Via Dante, a pochi passi da Piazza Cordusio

And you're singing the songs / E tu canti le canzoni Thinking this is the life / Pensando che questa sia la vita And you wake up in the morning / E ti svegli la mattina

and your head feels twice the size /e senti la testa che ti scoppia Where you gonna go? Where you gonna go? / Dove andrai? Dove andrai? Where you gonna sleep tonight? / Dove dormirai stanotte?

Where you gonna sleep tonight? / Dove dormirai stanotte?

("This Is The Life" - Questa è la vita, Amy MacDonald)

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